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lunedì 11 aprile 2016

Ho perso l'orientamento.

E' strano come mi sia abituata a una routine che non mi piaceva affatto. Una corsa contro il tempo: alzati, vestiti, vai al lavoro, desidera ardentemente che arrivino le 13, scappa, torna a casa, bevi il cibo, subito riposino, di nuovo al lavoro, spera ardentemente che arrivo le 20, scappa, casa, cena, letto. Di nuovo. Ancora, ancora e ancora.
Avevo già scritto qualcosa del genere. Mi rendo conto che vista così fa proprio schifo la mia vita ma alle volte è sopportabile e basta. Vai avanti come una macchina, smetti di chiederti perché lo stai facendo, smetti di fare progetti o li rimandi, come nel mio caso, a sei mesi dopo. 
I sei mesi poi scadono, forse c'è la possibilità che ti prendano, tu non sai che cazzo sperare perché ti fa schifo questo lavoro ma i soldi sono soldi anche se pochi, poi la vita decide per te e ti ritrovi a casa.

In tutto questo è strano scrivere in prima persona. Di solito uso sempre espressioni impersonali, indico un tu generico perché è più facile avere l'impressione di parlare degli altri quando in realtà sto parlando di me. Il gioco del C'è un mio amico che ha un problema e quell'amico sei tu ma le palle per venire fuori non ce l'hai e già un miracolo che stai spiccicando queste tre parole.
Mi nascondo dietro al dito del tu e sto provando a smettere, non conto di riuscirci sempre ma almeno,  adesso, ci provo. 

Mi sono abituata a una routine che, sebbene, sapevo, avesse una scadenza, la vivevo come se non dovesse finire mai. Sì, capisco il vostro senso di confusione. Vi ho già detto che mi risulta difficile scrivere di me in questi termini, sono troppo concentrata a cavare fuori le cose per dare loro un senso.

Ho passato gli ultimi sei mesi a lavorare in un negozio senza prendere un soldo (grazie al bellissimo programma di merda di garanzia giovani) di conseguenza non so che significa prendere lo stipendio e spararselo la domenica successiva al centro commerciale. 
Ho imparato un mucchio di cose nuove, sul mondo della cartoleria, sul fare le fatture, sull' alzare la voce e poi mandare giù il rospo, sul fare buon viso a cattivo gioco. 
L'ho fatto per soli sei mesi (sette se si considera quello di "prova") e adesso che mi trovo di fronte tutto il tempo libero del mondo non so che cosa fare. 
Mi sento come se ci fosse un vuoto da colmare, come se avessi dimenticato di fare qualcosa. Qualcosa simile mi era già successa ai tempi del dopo diploma. Da giornate passate a studiare come una pazza a giornate di ozio totale. Ma questa volta è diverso. Questa volta non ho una vita per capire cosa voglio fare, questa volta sono tornata al punto di partenza del: cazzo, faccio adesso? 
Va bene, ho una serie di pulizie di primavera da fare, serie tv e libri da recuperare, videogiochi da finire e dopo? La spasmodica ricerca di un lavoro -un altro-, curriculum da inviare ovunque: Palermo, Trapani, Milano, forse anche sulla Luna può colmare questo vuoto? Ho l'impressione che lo renda più ampio.

Sono a casa, da sola e il silenzio quasi mi da fastidio, oggi. Quasi mi viene da urlare. 
Signorina K. è rimasta bloccata là, papà è sceso a compromessi, viviamo privandoci di qualcosa e poi il carro-attrezzi si porta la macchina e ci vogliono 85 euro per riprendersela. 
Mi sento in colpa che loro sono a lavorare ed io no, sebbene non desideravo altro che finisse, ma adesso è tutto uno schifo. Adesso urlare non mi basta più. Voglio piangere.
Faccio liste su cose da fare sperando che aiutino. 
L'orologio continua a ticchettare ed io divento pazza.

[Ecco perché non uso mai la prima persona. Quello che viene fuori non ha mai molto senso.]

8 commenti:

  1. È terribile questo limbo, questa situazione di stallo in cui si precipita quando si rimane senza lavoro, quando per mesi e mesi (e lo so bene) sai di non essere proprio con l'acqua alla gola - che per fortuna hai un tetto e c'è qualcuno che porta soldi - ma ti senti inutile, inetta e tremi per il tuo futuro. Le crisi di panico nel letto, la sera, guardando il soffitto e pensando che non ci sia soluzione, via di fuga, cambiamento possibile. Che le provi tutte e allora, poi, ti fai paura, ti fanno paura i tuoi pensieri.

    Io non so cosa consigliarti se non il tener duro, l'alzarti ogni mattina, il provare a dare un senso come puoi per non impazzire. Ti abbraccio. Quando vuoi sono qui.

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    1. Oddio, purtroppo a casa mia dobbiamo collaborare tutti visto che a mio padre non garantiscono un tot di soldi al mese e mia sorella guadagna pochissimo. Però rimane un limbo. Un limbo di ansia e di paura e di non avere neppure la forza di ricominciare.

      Ti abbraccio anch'io.

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  2. Io sono messa meglio, ma già mi sento uno schifo abbastanza a non avere un lavoro "vero" e vivere in parte sulle spalle del mio ragazzo, quindi immagino.

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    1. Mi sa che per noi il lavoro "vero" è un miraggio. :-\

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  3. da una parte vorrei spronarti a non mollare...
    dall'altra provo per me stessa un senso di vergogna, perché io un lavoro ce l'ho, tuttavia non mi soddisfa e mi lamento della vita apparentemente perfetta che ho...
    e quindi come diamine faccio a spronarti con vigore?

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  4. Ti capisco, non mollare CRI.
    Ma sopratutto ti auguro il meglio.

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