Pagine

giovedì 23 maggio 2013

Racconti: La storia di un omicidio.

Quel giorno era nervosi.
Lo si poteva leggere bene nei loro occhi. Se anche una persona sola avesse scrutato i loro occhi. Magari un vicino. O il panettiere. Forse, ora, non starei  qui a raccontare la loro storia. O meglio, gli ultimi momenti della loro storia. Usando, però, la fantasia perché io non so come realmente li abbiano vissuti gli ultimi momenti della loro storia insieme, della loro vita.
Per cui me li immagino nervosi quel giorno lì. In silenzio e con la morte nel cuore prima ancora che nel corpo. Perché non si può andare avanti cosi quando la tua anima, la tua persona sono mortificate, umiliate, ridotte in brandelli, quando non trovi e non immagini neanche più la luce in fondo al tunnel. Quando ti senti così non rimane altra scelta. E poi loro la vita se l’erano vissuta, non se ne stavano andando via tanto giovani.
Certo… forse qualche altro anno insieme, a godersi la pensione, il riposo, sarebbe stato bello però niente è come noi vorremmo, no?

Nervosi e silenziosi, si guardavano di sottecchi.
“Peccato non poter guardarlo più” pensava lei mentre beveva il suo caffè.
“Mi dispiace, non averti potuto dare quello che volevi” pensava invece lui facendo finta di sfogliare il suo giornale.

 Quel giornale di due giorni fa e raccolto per strada, abbandonato là da chi l’aveva comprato, letto e poi gettato. Quel giornale che non era costato nulla. Perché ormai si andava avanti così. Si prendeva ciò che non costava nulla, che veniva abbandonato, gettato da chi ancora può permettersi, anche solo una volta ogni tanto, di comprarsi un quotidiano.
Me li immagino essere giunti a quel giorno dopo giorni interminabili di discussioni, di liti, dei pianti di lei e della disperazione nascosta di lui. Poi prendendosi la mano avevano scelto. Non c’era altro da fare.
Troppo orgogliosi per chiedere aiuto. Ma aiuto a chi? Non avevano parenti con grandi disponibilità economiche, non avevano avuto figli. Solo lei e lui. Due cuori e una capanna. Non c’era nient’ altro. E presto non sarebbero stati più in grado di pagare la loro capanna.

Non era una scelta facile. Ma non era neanche una scelta coraggiosa. Perché il vero coraggio avrebbero dovuto dimostrarlo combattendo, vivendo, mortificandosi ancora di più ma loro era stremati. Stanchi.  Dopo una vita di sacrifici, di piccole cose belle e di troppe andate male non se la sentivano più.
L’idea era partita da lui, anche se non includeva lei.
“Se lo faccio è per te. Qualcuno si renderà conto che hai bisogno di aiuto e ti presteranno ascolto”
“Ma come puoi solo pensare che io conduca il resto della vita sapendo che tutto quello che avrò sarà per il tuo sacrificio?? Se vuoi proprio farlo, lo faremo insieme” aveva replicato lei.
Erano giorni che ne discutevano.  Lui a dire che a farlo doveva essere solo lui. Lei a dire di no, che se l’avesse fatto l’avrebbe seguito in quel suo gesto folle.
“Finché morti non vi separi, ricordi? E se fosse invece per sempre?” aveva suggerito lei.
Così avevano scelto. A malincuore ma avevano scelto.

A scrivere quel biglietto sarà lei, nella sua bella calligrafia, mentre lui chiuderà le porte, le finestre, controllerà che tutto sia in ordine come se stessero per partire. Si, in effetti stavano per intraprendere un lungo viaggio. Un viaggio senza ritorno.
Scesero in garage. Lui aveva già preparato tutto. Le corde, le sedie.
Si diedero un bacio. Uno di quello con la lingua che a vederlo su due “anzianotti” sembrava strano. Poi salirono sopra le sedie. Lui, cavaliere fino alla fine, aiutò lei che con la sua artrosi aveva qualche difficoltà. Uno di fianco all'altra. Infilarono la corda al collo. Si guardarono.
“Ci vediamo dall’altra parte”  aveva detto lei.
“Se arrivi prima di me, aspettami, eh…” aveva detto per scherzare lui.
Infine un colpo. Giù le sedie. I corpi stramazzano ma le loro mani sempre unite, saldate l’una sull’altra. Un “ti amo” detto a fatica, quasi un rantolo.
Poi il nulla.
Se mi è concesso sperarci e crederci, adesso me li immagino felici ad amarsi come si erano amati da giovani.
“Anch’io ti amo.”

Questa storia è ispirata a un fatto di cronaca realmente accaduto (Cliccare qui)  Questa storia me la sono immaginata spesso da allora. Questa storia è per loro che non avevano nessuno. Queste lacrime sono per loro e per tutti quelli che la crisi, la mancanza di un lavoro, il senso di sconfitta e fallimento uccidono.

Perché quando sai che qualcuno è morto così senti che muore anche una parte di te. 

4 commenti:

  1. Oddio, è una storia tremenda, ancora di più perché è vera. Questi avvenimenti mi colpiscono molto di più dei vari mostri assassini e di quelle splatterate che piacciono alla cronaca nera.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Già. Anche l'uomo primitivo aveva i suoi attimi di ferocia e violenza e ammazzava con la sua clava chi gli capitava a tiro. Non dico che sia giusto o terribile lo stesso, ma che la violenza spesso sfocia è inevitabile.
      Ma che la gente decida di morire per i debiti, la crisi... ecco penso che sia mille volte peggio.
      E proprio oggi mio padre mi ha raccontato un'altra storia del genere. :(

      Elimina
  2. Non ci sono parole. Le tue, bellissime, sono abbastanza.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie. Avrei voluto non scriverle mai.

      Elimina